IL SUONO RAZIONALE

di Tiziano Rosselli

Il caso Basevi

Il 14 marzo del 1847 Giuseppe Verdi dirige la prima assoluta del Macbeth al Teatro La Pergola di Firenze. L’opera viene accolta dall’entusiasmo popolare: il pubblico chiede il bis del duetto “Fatal mia donna” e del coro delle streghe, Verdi è chiamato alla ribalta (le cronache scrivono trentasei volte) e poi accompagnato in processione fino all’hotel che lo ospita.

Qualche settimana più tardi, il 5 giugno, lo stesso Teatro La Pergola ospita la prima di Enrico Howard, seconda opera di Abramo Basevi, un giovane medico e compositore livornese di ventotto anni, che aveva debuttato sette anni prima al Teatro Alfieri, sempre a Firenze, con Romilda ed Ezzelino, un’opera la cui musica raccolse, secondo le cronache dell’epoca, successo nel pubblico e consenso nella critica. L’accoglienza dell’Enrico Howard invece è fredda e suggerisce a Basevi l’abbandono della carriera operistica. Il successo fiorentino del Macbeth e il quasi contemporaneo insuccesso dell’Enrico Howard rappresentarono una svolta nella vita di Basevi, che undici anni dopo darà alle stampe un volume interamente dedicato alle opere di Giuseppe Verdi, lo Studio sulle opere di Giuseppe Verdi, una raccolta di recensioni, apparse in precedenza come articoli di giornale, che vanno dal 1842 (Nabucco) al 1957 (Aroldo). In quel volume scriverà che il Macbeth era stato apprezzato dai fiorentini per merito della bravura degli esecutori, non esitando ad affermare che l’opera era stata ben accolta “più in riguardo dell’autore presente, che della musica, la quale non piacque che per metà”.

Lo Studio sulle opere di Giuseppe Verdi continua ancora oggi a suscitare negli storici della musica grande attenzione, da una parte perché rappresenta un approfondito saggio verdiano contemporaneo a Verdi, dall’altra, e soprattutto, perché è frutto di un impegno critico del tutto nuovo per l’epoca. Basevi si era laureato in medicina all’Università di Pisa e si era formato in un ambiente aperto e ricco di stimoli culturali (il padre, Emanuele Basevi, medico con ampi interessi scientifici, fu cancelliere della comunità ebraica livornese e in rapporti molto stretti con Moses Montefiore). Il suo approccio critico, a causa della formazione scientifica, è prevalentemente analitico e molto attento agli elementi formali e alla struttura generale dell’opera. La musicologia anglosassone ha individuato nell’approccio analitico di Basevi all’opera lirica un momento di svolta nella storia della critica musicale. Basevi è perciò diventato, sul finire del secolo scorso, oggetto di un dibattito molto articolato, andato oltre i confini specifici della critica verdiana. La vicenda comincia nel 1987, quando il musicologo americano Harold Powers pubblica un ampio saggio, uscito su Acta Musicologica, nel quale viene indagato l’approccio critico di Basevi, con particolare attenzione all’analisi formale e all’analisi del rapporto tra contenuti musicali ed extramusicale. Nel suo Studio Basevi aveva coniato l’espressione solita forma con la quale è descritto il tipico schema dei duetti d’opera nei quali si susseguono tempi dinamici e tempi statici: a una scena iniziale in recitativo, dinamica, segue un tempo di attacco – spesso molto esteso come nel duetto tra Violetta e Germont nella Traviata -, quindi un adagio cantabile nel quale l’azione è in parte temporaneamente sospesa, poi una ripresa dell’azione attraverso un tempo di mezzo molto dinamico e infine la cabaletta, statica e contraddistinta da uno stretto finale. Secondo Powers questo schema individuato da Basevi è molto persistente e, pur con qualche variante, può essere individuato, oltre che in tutto il repertorio ottocentesco fino a Verdi, anche oltre. A seguito della pubblicazione del saggio di Powers si accende un dibattito molto acceso innescato dalla risposta a Powers dello storico inglese del melodramma Roger Parker, che, nel 1997, pubblica nel volume collettivo Verdi’s Middle Period, edito dalla University of Chicago Press, un saggio dal titolo “Insolite Forme or Basevi’s Garden Path”, piuttosto critico nei confronti del formalismo baseviano. L’interesse per Basevi, alimentato dal dibattito sulla solita forma, si estende poi ad altri aspetti, anche non strettamente musicali, della sua produzione. In Italia, fino alla pubblicazione del saggio di Powers, solo Marcello De Angelis si interessa a Basevi, nei suoi lavori sulla scena musicale toscana ottocentesca (Filosofia della musica di Giuseppe Mazzini del 1977 e La musica del Granduca del 1978). Sedici anni dopo, nel 1994, Alessandro Roccatagliati pubblica un saggio dal titolo “Le forme dell’opera ottocentesca: il caso Basevi”, apparso nel volume collettivo Le parole della musica, curato da Fiamma Nicolodi e Paolo Trovato, che rappresenta un primo tentativo italiano di affrontare il dibattito sulla solita forma. In un articolo del 2000 sulla rivista Acta musicologica, dal titolo “Sui progressi della percezione – Abramo Basevi e i fondamenti psicologici dell’armonia”, Andrea Chegai riserva un’attenzione particolare al Basevi teorico della musica e ai due libri che scrisse nel tentativo di operare una riforma radicale dell’armonia, Introduzione ad un nuovo sistema d’armonia (1862) e Studj sull’armonia (1865). Il saggio monografico più ricco e completo è, però, quello di un musicologo americano, Jesse Rosenberg della Northwestern University. Si tratta di un lavoro ampio e articolato, dal titolo Abramo Basevi: a Music Critic in Search of a Contest, che, pur soffermandosi in particolare sulla critica musicale, cerca di tracciare un profilo intellettuale e culturale di Abramo Basevi indugiando anche sulle opere filosofiche e sul retroterra culturale livornese, in particolare sulla relazione tra le sue idee filosofiche e politiche e il pensiero di Elia Benamozegh e di Vincenzo Gioberti. Basevi scrisse infatti un trattato filosofico, Della Certezza, pubblicato a Livorno nel 1842 da Vannini e, in seguito alla decisione di abbandonare oltre che la composizione anche la critica e la teoria musicale, due volumi dedicati alla ‘divinazione’, da intendere come previsione analitica degli esiti del presente: La divinazione e la scienza (1876) e La filosofia della divinazione (1882), testi che, conservati anche alla Biblioteca Labronica di Livorno, giacevano intonsi fino a che, qualche anno fa, non provvidi io stesso a tagliarne le pagine per studiarli. Anche il volume collettivo The Psychology of Music, curato dalla psicologa cognitiva inglese Diana Deutsch, dedica alcune pagine ad Abramo Basevi: con il titolo “Helmoltz and Basevi in the 1860s”. Robert O. Gjerdingen tratteggia un parallelo tra Helmoltz e Basevi, che viene descritto come il primo compositore di professione che sia stato in grado di descrivere la musica nei termini del linguaggio psicologico. Gjerdingen conclude che Basevi fu tra i primi, e forse il primo, a individuare con chiarezza la differenza tra la ‘sensazione’, che opera dentro un processo dal basso in alto legato fisiologicamente all’orecchio, e la ‘percezione’, riferita a un processo dall’alto al basso legato all’apprendimento e all’esperienza.

Per quanto ne sappia, purtroppo, nessun contributo alla conoscenza di una personalità così complessa e intrigante come quella di Abramo Basevi, di cui si è occupato ampiamente anche il mondo accademico anglosassone, è mai arrivato, istituzionalmente o meno, dalla città di Livorno. A Livorno non è mai stato organizzato un convegno su di lui, né mai è stata eseguita una sua composizione, neppure gli è stata intitolata una strada. Sfortunatamente è andata perduta la sua prima opera, Romilda ed Ezzelino, ma l’Enrico Howard è conservato presso il Fondo Basevi del Conservatorio di Musica Cherubini di Firenze ed è stato recentemente digitalizzato. C’è da augurarsi che la sciagurata propensione di Livorno a dimenticare il proprio passato possa in qualche modo lasciare posto a un tardivo ma imprescindibile tributo a Basevi, sia attraverso la riscoperta dell’Enrico Howard, sia attraverso l’organizzazione di un convegno di studi in suo onore.

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