IL SUONO RAZIONALE

di Tiziano Rosselli

Modernismo e musica

AlbrightL’antologia Modernism and Music di Daniel Albright è una preziosissima raccolta di testi che vanno dal 1871 (Charles Baudelaire, “Richard Wagner e il Tannhäuser  a Parigi”) al 1976 (Leonard Bernstein, “The Twelve-Tone Method”), scelti con l’intenzione di indagare il rapporto tra modernismo e musica e accuratamente introdotti e commentati. Non si capisce bene come Albright non sia ancora stato tradotto in italiano e mi auguro che presto accada. Il suo saggio del 1997 Quantum Poetics è un testo imprescindibile per la comprensione non solo delle poetiche moderniste ma del Novecento in genere. In Quantum Poetics Albright argomenta quelle che chiama “three large propositions” che, riassunte, sono le seguenti:

1)   I poeti modernisti si sono battuti per far crollare i muri che separano il testo dalle sue origini pre-verbali e dalla sua successiva penetrazione dentro il lettore.

2)   I metodi analitici della fisica hanno aiutato i poeti a utilizzare strumenti di ricerca che potessero indagare le parti ‘elementari’ sulle quali è costruita la poesia.

3)   Più un modernista prova accuratamente a isolare il poemema – la particella fondamentale della poesia – e più elusiva essa diviene.

Nell’antologia Modernism and Music, Albright riprende il tentativo tassonomico di Carl Dahlhaus di definire meglio la musica del ventennio tra il 1890 e il 1910 usando il termine modernismo in luogo dell’impreciso e abusato tardo-romanticismo. Il termine modernismo, ad avviso di Albright, può essere esteso ben oltre i confini individuati da Dahlhaus. Albright si domanda che cosa può aver spinto Dahlhaus a individuare quei limiti e individua tre caratteristiche della musica di quel ventennio: l’onnicomprensività e la profondità, la specificità e densità semantica (ad es. l’uso dell’onomatopea in Richard Strauss o la descrittività di Central Park in the Dark di Ives), l’estensione e la distruzione della tonalità. Più in generale Albright distingue la musica del compositore che pensa (to think), tipica del Novecento, dalla musica del compositore che commuove (to move) tipica del diciannovesimo secolo e del compositore che celebra (to praise) tipica dei compositori dei periodi precedenti e si chiede quanto possa essere vera la caricatura del modernismo che vuole le poetiche a esso legate come caratterizzate da un’intrinseca complessità. E’ la tesi di T.S. Eliot: “La nostra civiltà include una grande varietà e una grande complessità, e ciò, avvolgendo una sensibilità raffinata, può produrre risultati vari e complessi” (T.S. Eliot Selected Essays, pag. 248nostra trad.). Albright è ben consapevole che le caratteristiche individuate per la musica del ventennio 1890-1910 non sono fatti del tutto nuovi, ma in quel periodo esse divengono una linea fondamentale di sviluppo della musica. La domanda è: perché? Per Albright la musica ha anticipato e quindi influenzato (in antitesi con quanto avveniva in passato nel rapporto tra musica e altre arti) la svolta modernista, che è consistita essenzialmente “nell’armeggiare con le basi del linguaggio e delle tecnichein quanto godimento in se stesso e fine, in quanto cosa che non richiede ulteriore giustificazione”. Per questo i limiti imposti da Dahlhaus alla definizione di modernismo in musica appaiono stretti: per Albright la musica di quel ventennio è stata il seme del modernismo e ha generato l’idea che una liberazione del suono dalla prigionia delle retoriche e delle tecniche compositive avrebbe prodotto una liberazione artistica.

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