IL SUONO RAZIONALE

di Tiziano Rosselli

Il paradiso perduto

Se la scienza avesse a che fare con la sola esperienza logica e riguardasse esclusivamente fatti certi e inequivocabili non potrebbe ammettere che un unico linguaggio rigido e immutabile; nel caso dovremmo dare valore alla conoscenza scientifica sulla base di un unico sistema di regole metodologiche. L’universo delle leggi naturali fisse e immutabili assume sempre di più l’aspetto di un “paradiso perduto”. Quella del paradiso perduto è l’immagine che Marcello Cini associa alla scienza bidimensionale, immagine contrapposta all’idea di un universo dominato dai processi evolutivi capaci di conferire alla scienza una tridimensionalità che aggiunge la dimensione evolutiva alle tradizionali dimensioni empirica e logica. Il linguaggio della certezza, nelle scienze, entra in crisi con la nascita della termodinamica e con la scoperta, da parte di Poincaré, dell’instabilità dinamica di un sistema non lineare. La fisica comincia perciò a coltivare il linguaggio dell’indeterminazione prima e il linguaggio della complessità dopo. Già da tempo, d’altra parte, il darwinismo aveva contaminato l’apparato di regole metodologiche con il quale la scienza misurava se stessa così da costringerla a sentirsi parte della storia naturale e culturale. Con il linguaggio della complessità si comincia a coniugare il darwinismo con il caos deterministico, riscoperto da Edward Lorenz. La scienza parla di sistemi adattivi complessi e si avvede che tra le dinamiche culturali e le dinamiche biologiche ci può essere un’interazione molteplice che si determina anche attraverso ciò che i biologi chiamano “Effetto Baldwin“, secondo il quale se è vero che un carattere acquisito in vita non può in alcun modo essere ereditato, è vero anche che l’acquisizione di nuovi strumenti linguistici grazie all’ambiente fisico e sociale influenzano l’evoluzione biologica.

Suona un po’ goffo, oggi – a questo punto della storia della scienza e del pensiero -, il tentativo semplificatorio e superficiale di vagheggiare il paradiso perduto della scienza, scolpito tra le forme un po’ platoniche dell’armonia assoluta della geometria, con ampie suggestioni pitagoriche, e la greve sicurezza di un ordine pietrificato impermeabile a ciò che sta oltre i confini di quel paradiso. Ma è ancora più goffo voler applicare all’esperienza estetica categorie che si fa fatica, oggi, ad applicare alla scienza, abituata ormai a parlare il linguaggio della complessità. Lo fa Andrea Frova in un libro (piacevole e accurato finché tratta di acustica) e altrove. Frova imputa lo scarso successo popolare della musica contemporanea (in particolare dodecafonica) al fatto che le dissonanze fuori dal contesto dialettico del sistema tonale entrano in conflitto con quanto le neuroscienze disvelano: “Secondo le neuroscienze la teoria classica dell’armonia non è dunque una convenzione, ma il riconoscimento di caratteristiche percettive essenziali del sistema uditivo e dei sistemi cognitivi associati, valendo questo per tutti gli esseri umani, in particolare nell’infanzia”. Essendo perciò l’armonia un fatto ‘naturale’ ed essendo l’esperienza estetica riducibile in qualche modo alle leggi di un’appropriata relazione tra la nostra neurofisiologia e l’evento sonoro (l’acustica), esiste una naturale superiorità estetica del tonalismo nei confronti della musica dissonante in generale e della dodecafonia in particolare. E’ questo il tipico caso in cui la complementarità tra esperienza estetica ed esperienza scientifica non viene tenuta in alcun conto e si applica un paradigma di pensiero valido in un contesto all’altro, con risultati facilmente confutabili anche sul piano empirico. In estetica appare infatti addirittura comico attribuire maggior valore all’opera o al genere di maggior successo ‘popolare’; per tacere del fatto, fin troppo evidente da sempre, che il fascino del caos, del rumore, della Hyle, ha sempre accompagnato le esperienze estetiche dell’umanità in tutte le epoche storiche e probabilmente preistoriche: spesso infatti dietro la dissonanza o dietro suoni inauditi risplende l’incanto dell’immaginazione e il fascino dell’ignoto. Il piacere ‘fisico’ dell’armonia tonale è solo un tipo di piacere. Devo confessare, francamente, che per me non esiste piacere più grande di ascoltare nel silenzio assoluto e in solutidine Déserts di Edgard Varèse. E’ bellissimo: Frova, in fondo, se ne dovrebbe fare una ragione… a me piace ciò che, per lui, non dovrebbe piacere ai miei orecchi…

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6 commenti su “Il paradiso perduto

  1. Francesca Brunetti
    28 aprile 2012

    Non è questione di educazione e graduale abitudine ad apprezzare forme diverse di linguaggio? Siamo abituati all’armonia dei linguaggi – spesso alla banalità – e quando sentiamo le dissonanze non ne traiamo piacere…immediato. E’ un pò come in letteratura, Joyce è puro piacere ma lo appreziamo – in pochi probabilmente – solo dopo aver conosciuto autori più “lineari” e classici. Bisogna allenare la mente, l’orecchio al fine di poter apprezzare le dissonanze, i linguaggi meno “armonici”. In musica mi rendo conto che faccio fatica ad apprezzare la musica contemporanea perchè non la conosco abbastanza; tuttavia se ascolto il brano che hai allegato, lo trovo molto bello. E ciò mi fa riflettere…..

  2. Il suono razionale
    29 aprile 2012

    Dici bene Francesca. I bambini piccoli, diciamo fino a sei anni, tendono a essere più aperti all’ascolto. Purtroppo poi la loro immaginazione viene repressa dalla scuola e dalla tendenza all’omologazione tipica di quasi tutte le culture. C’è un esperimento celebre in proposito: è stato fatta ascoltare musica classica (tra la più apprezzata della nostra tradizione) a dei liberiani. Quando è stato chiesto ai liberiani di indicare le emozioni provate, questi hanno risposto con un chiarissimo ‘niente’! Anzi, qualcuno ha mandato gli sperimentatori a quel paese e se n’è andato prima della fine dell’esperimento.
    Varèse, negli anni Trenta, ospitava volentieri nella sua casa di Sullivan Street, a NY, africani, indonesiani e nativi americani; una volta fece ascoltare ai suoi ospiti un brano classico celebrato (credo di Beethoven, ma non ricordo bene) e poi lo stesso brano suonato al contrario. Bene, gli ospiti di Varèse non trovarono differenze tra i due brani e non furono in grado di evidenziare particolari emozioni all’ascolto.

  3. Francesca
    1 maggio 2012

    bene, provo a verbalizzare la mia esperienza in merito all’ascolto delle ‘dissonanze’; la mia prima esperienza di ‘dissonanza’ nasce intorno al terzo/quarto anno di sedute analitiche e in particolare quando la mia analista mi disse della possibilità di aver ‘vissuto’ un trauma prenatale: non so che cosa fosse dissonante nelle due parole, e poi risolsi che era l’accoppiata a darmi le vertigini; mi indicava allo stesso tempo un fatto ineluttabile e privo di esperienza consapevole e allo stesso tempo di un confine di conoscenza di me rarefatto a tal punto da provocarmi una sorta di ‘respiro corto’; seconda esperienza a seguire l’autonomo ascolto di Varèse durante una delle mie esplorazioni senza criterio alcuno su youtube; stesso respiro corto, stessa agitazione alla ‘dissonanza’, stessa scompaginazione dei miei piccoli saperi, i suoni e le parole possono dettare gli orizzonti più profondi, questo mi affascina e a volte mi fa male, ma sento che ne vale la pena

  4. Raffaele Napoli
    4 maggio 2012

    Tiziano…è quel “…a me piace” alla fine del lungo discorso che mi ha messo in crisi. Ma come, siamo ancora a…” a me piace?” La reazione romana sappiamo essere ” e sti c…i” a significare che forse di quel che piace o non piace non è che ce ne facciamo molto. Cmq io volevo suggerire un approccio ulteriore. C’è stato uno spirito particolarmente stimolante che ha attraversato il XX secolo: Sergiu Celibidache. Siccome, per dirla con il tuo assunto finale, …”a me piace”, allora consiglio a te di provare ad entrare nel suo mondo, forse Frova ti sembrerà meno …”semplificatorio” di quel che pensi.

  5. Il suono razionale
    4 maggio 2012

    Caro Raffaele Napoli,
    sono onorato di un tuo commento, che mi dà inoltre la possibilità di precisare meglio un paio di cose e di parlare di Sergiu Celibidache.

    Ho scritto quel “mi piace” proprio per mettere in discussione un certo modo, diciamo statistico, di esprimere una valutazione estetica sulla musica (di solito mi piace tenere i ‘mi piace’ per me). La domanda che si fa Frova è infatti più o meno questa: qual è la ragione fisica per cui NON PIACE la musica dodecafonica? A mio avviso è una domanda sbagliata perché (e forse Celibidache sarebbe d’accordo) sovrappone due tipi di esperienze tra loro complementari: non si può spiegare un’esperienza estetica con il linguaggio e il metodo col quale si affronta un’esperienza scientifica.
    Le domande che piacevano a Celibidache erano quelle che conducevano a un’ulteriore messa in discussione del rapporto tra la musica e il pensiero, quelle che suscitavano altre domande piuttosto che teorizzazioni.
    Di Chelibidache non conosco forse abbastanza per farmi un’idea diversa da quella che ho sul libro di Frova, che è un buon libro nell’analisi fenomenologica del suono ma che diventa banale e semplificatorio laddove tratta un pezzo musicale fenomenologicamente – e non tanto nel senso husserliano del termine quanto in quello del paradigma riduzionista.
    Per quanto ne so di Chelibidache, credo invece che la sua impostazione abbia profondi legami con il pensiero dei cibernetici (Wiener, Von Foerster, ad es.). Non sapendone abbastanza per scriverne decentemente seguirò il tuo suggerimento e approfondirò, invitandoti, se ne avrai piacere, ad altri graditissimi interventi.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 aprile 2012 da in Scienza e musica con tag , , , , .
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