E’ possibile affermare che il cosiddetto pensiero musicale sia un tentativo di aggredire il pensiero (nel senso in cui usiamo ogni giorno questa parola) o quanto meno di sabotarlo, di torturarlo?
Il termine ‘tortura’ lo devo a Clemente Terni che lo utilizzava per indicare il tentativo di Girolamo Frescobaldi di cercare qualcosa oltre il mezzo espressivo modale. Al tempo di quelle lezioni fiorentine ho cominciato a pensare che i ‘sistemi’ musicali fossero lo strumento attraverso il quale la musica imita gli aspetti normativi e ‘grammaticali’ dei linguaggi verbali. Vedevo in Girolamo Frescobaldi – soprattutto in pezzi come la Toccata di durezze et ligature – il tentativo di abbandonarsi a epifanie extramusicali per restituire alla musica una propria dimensione musicale, nel senso di priva di quel pensiero analitico, strutturante, basato sui limiti della referenza, che sta alla base del linguaggio verbale quotidiano. In questo senso trovo, ancora, più vicini all’evanescente concetto di ‘pensiero musicale’ pezzi come la Toccata di durezze et ligature di Frescobaldi o Déserts di Varèse, piuttosto che l’op. 58 di Beethoven.