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Il paradiso perduto

Se la scienza avesse a che fare con la sola esperienza logica e riguardasse esclusivamente fatti certi e inequivocabili non potrebbe ammettere che un unico linguaggio rigido e immutabile; nel caso dovremmo dare valore alla conoscenza scientifica sulla base di un unico sistema di regole metodologiche. L’universo delle leggi naturali fisse e immutabili assume sempre di più l’aspetto di un “paradiso perduto”. Quella del paradiso perduto è l’immagine che Marcello Cini associa alla scienza bidimensionale, immagine contrapposta all’idea di un universo dominato dai processi evolutivi capaci di conferire alla scienza una tridimensionalità che aggiunge la dimensione evolutiva alle tradizionali dimensioni empirica e logica. Il linguaggio della certezza, nelle scienze, entra in crisi con la nascita della termodinamica e con la scoperta, da parte di Poincaré, dell’instabilità dinamica di un sistema non lineare. La fisica comincia perciò a coltivare il linguaggio dell’indeterminazione prima e il linguaggio della complessità dopo. Già da tempo, d’altra parte, il darwinismo aveva contaminato l’apparato di regole metodologiche con il quale la scienza misurava se stessa così da costringerla a sentirsi parte della storia naturale e culturale. Con il linguaggio della complessità si comincia a coniugare il darwinismo con il caos deterministico, riscoperto da Edward Lorenz. La scienza parla di sistemi adattivi complessi e si avvede che tra le dinamiche culturali e le dinamiche biologiche ci può essere un’interazione molteplice che si determina anche attraverso ciò che i biologi chiamano “Effetto Baldwin“, secondo il quale se è vero che un carattere acquisito in vita non può in alcun modo essere ereditato, è vero anche che l’acquisizione di nuovi strumenti linguistici grazie all’ambiente fisico e sociale influenzano l’evoluzione biologica.

Suona un po’ goffo, oggi – a questo punto della storia della scienza e del pensiero -, il tentativo semplificatorio e superficiale di vagheggiare il paradiso perduto della scienza, scolpito tra le forme un po’ platoniche dell’armonia assoluta della geometria, con ampie suggestioni pitagoriche, e la greve sicurezza di un ordine pietrificato impermeabile a ciò che sta oltre i confini di quel paradiso. Ma è ancora più goffo voler applicare all’esperienza estetica categorie che si fa fatica, oggi, ad applicare alla scienza, abituata ormai a parlare il linguaggio della complessità. Lo fa Andrea Frova in un libro (piacevole e accurato finché tratta di acustica) e altrove. Frova imputa lo scarso successo popolare della musica contemporanea (in particolare dodecafonica) al fatto che le dissonanze fuori dal contesto dialettico del sistema tonale entrano in conflitto con quanto le neuroscienze disvelano: “Secondo le neuroscienze la teoria classica dell’armonia non è dunque una convenzione, ma il riconoscimento di caratteristiche percettive essenziali del sistema uditivo e dei sistemi cognitivi associati, valendo questo per tutti gli esseri umani, in particolare nell’infanzia”. Essendo perciò l’armonia un fatto ‘naturale’ ed essendo l’esperienza estetica riducibile in qualche modo alle leggi di un’appropriata relazione tra la nostra neurofisiologia e l’evento sonoro (l’acustica), esiste una naturale superiorità estetica del tonalismo nei confronti della musica dissonante in generale e della dodecafonia in particolare. E’ questo il tipico caso in cui la complementarità tra esperienza estetica ed esperienza scientifica non viene tenuta in alcun conto e si applica un paradigma di pensiero valido in un contesto all’altro, con risultati facilmente confutabili anche sul piano empirico. In estetica appare infatti addirittura comico attribuire maggior valore all’opera o al genere di maggior successo ‘popolare’; per tacere del fatto, fin troppo evidente da sempre, che il fascino del caos, del rumore, della Hyle, ha sempre accompagnato le esperienze estetiche dell’umanità in tutte le epoche storiche e probabilmente preistoriche: spesso infatti dietro la dissonanza o dietro suoni inauditi risplende l’incanto dell’immaginazione e il fascino dell’ignoto. Il piacere ‘fisico’ dell’armonia tonale è solo un tipo di piacere. Devo confessare, francamente, che per me non esiste piacere più grande di ascoltare nel silenzio assoluto e in solutidine Déserts di Edgard Varèse. E’ bellissimo: Frova, in fondo, se ne dovrebbe fare una ragione… a me piace ciò che, per lui, non dovrebbe piacere ai miei orecchi…

Pensare la musica pensare l’abisso

E’ possibile affermare che il cosiddetto pensiero musicale sia un tentativo di aggredire il pensiero (nel senso in cui usiamo ogni giorno questa parola) o quanto meno di sabotarlo, di torturarlo?

Il termine ‘tortura’ lo devo a Clemente Terni che lo utilizzava per indicare il tentativo di Girolamo Frescobaldi di cercare qualcosa oltre il mezzo espressivo modale. Al tempo di quelle lezioni fiorentine ho cominciato a pensare che i ‘sistemi’ musicali fossero lo strumento attraverso il quale la musica imita gli aspetti normativi e ‘grammaticali’ dei linguaggi verbali. Vedevo in Girolamo Frescobaldi – soprattutto in pezzi come la Toccata di durezze et ligature - il tentativo di abbandonarsi a epifanie extramusicali per restituire alla musica una propria dimensione musicale, nel senso di priva di quel pensiero analitico, strutturante, basato sui limiti della referenza, che sta alla base del linguaggio verbale quotidiano. In questo senso trovo, ancora, più vicini all’evanescente concetto di ‘pensiero musicale’ pezzi come la Toccata di durezze et ligature di Frescobaldi o Déserts di Varèse, piuttosto che l’op. 58 di Beethoven.

Spiegare la musica

Nella risposta al commento di Daniela al primo post di questo blog, ho scritto che è possibile spiegare la matematica con la musica ma è assai difficile (per non dire impossibile) l’operazione inversa, cioè spiegare la musica con la matematica. La matematica ci può aiutare a capire in che cosa consista la simmetria delle Variazioni Goldberg di J.S. Bach o quali isometrie abbia utilizzato Boulez nella composizione di Structures, ma non può rendere minimamente conto dell’esperienza estetica. E’ perciò assai ingenuo affermare che le Variazioni Goldberg siano un capolavoro grazie al fatto che vi è esposta tutta una serie di invarianze.

Edgard Varèse osservava:

“Mi ispiro spesso alla matematica superiore o all’astronomia sempli­cemente perché queste scienze stimolano la mia immaginazione e mi danno l’impressione di un movimento, di un ritmo. C’è per me mag­giore fertilità musicale nella contemplazione delle stelle – meglio se attraverso un telescopio – e nella sublime poesia di certe esposizioni matematiche che non nei più ispirati sproloqui prodotti dalle passioni degli uomini.”

L’esperienza scientifica entra dunque dentro la musica attraverso il fascino della simmetria o attraverso quello delle nuove scoperte, ma, anche nel caso di composizioni la cui idea è un modello matematico, il musicista non usa la matematica o la scienza come la usano i matematici e gli scienziati.



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