Archivio per luglio 2012

Codex musicae

Di fronte a una nuova scoperta scientifica di base la reazione della stampa italiana finisce sempre con l’esibire l’incapacità generale di discriminare il realismo, da cui in fondo muove l’esperienza scientifica, dall’idealismo proprio dell’esperienza astratta. Come Guelfi e Ghibellini contro, si finisce sempre con il misurare il mondo con le parole di un qualche tipo di realismo o di un qualche tipo di idealismo e va a finire che la scoperta scientifica viene affrontata come se fosse un’idea religiosa o un’opera d’arte da contemplare.

Gli esperimenti di sonificazione dei dati dell’esperimento ATLAS del CERN di Ginevra (con il quale sono stati individuati i segni del decadimento di una particella che potrebbe essere il bosone teorizzato dagli articoli pubblicati da Englert-Brout, Higgs e Guralkin-Hagen-Kibble intorno al 1964), se letti soprattutto attraverso le lenti deformanti di certa stampa, suggeriscono la presenza di una “musica di Higgs” che, come la musica delle sfere, contrappunterebbe il cammino di quella particella che, manco a dirlo, qualcuno ha impunemente definito di Dio.

La sonificazione dei dati di ATLAS (per approfondire sull’esperimento ATLAS e sulla scoperta della nuova particella rimando qui e qui) consiste in realtà nell’attribuzione di una frequenza sonora ai valori statistici tramite i quali ATLAS ha mostrato quanto probabile sia che i decadimenti osservati a un certo valore di massa non siano da attribuire a rumori di fondo ma all’esistenza di una nuova particella di cui sarebbero un segnale (per una spiegazione della faccenda si leggano questi tre ottimi articoli: 1, 2, 3).

L’importanza dell’esperimento di sonificazione è data dal fatto che offre un’immagine sonora dell’insieme dei dati statistici costituendo, in sostanza, una codifica (e non una metafora!) dei valori a disposizione. Il do6 che compare dopo circa tre secondi e mezzo dall’inizio della registrazione rappresenta il picco di segnale, in corrispondenza della massa di 125,3 GeV, che suggerisce la presenza della nuova particella. Quello che indicano i dati e la loro codifica sonora è il rapporto segnale/rumore al crescere della massa. Quando il dato del rapporto segnale/rumore cresce, il suono che codifica il dato è più acuto:

 I dati di ATLAS sono rappresentati da questo grafico:

La sonificazione dei dati raccolti dall’esperimento ATLAS è scienza. Higgs Boson più che un brano musicale mi sentirei di definirlo un’illustrazione, peraltro non priva di fascino, che conferma le potenzialità didascaliche della musica più che suggerire una sua particolare vicinanza con la scienza che, d’altra parte, è ‘vicina’ a qualsiasi cosa stia intorno a noi (è curioso che il cognome dell’autore del progetto sia proprio Vicinanza).

Darwin Tunes

Abbiamo già affrontato in questo articolo il tema della simulazione al computer dei processi evolutivi in grado di far nascere culture musicali. Il tema mi interessa, così, sfogliando le pagine di PNAS per una ricerca, mi sono imbattuto in uno studio dell’Imperial College dal titolo Evolution of Music by Public ChoiceSi tratta di un lavoro che intende dimostrare come le dinamiche culturali possano essere spiegate in termini di competizione evolutiva. Nella fattispecie gli autori delineano un meccanismo governato da forze evolutive in grado di spiegare la persistenza di certi pezzi musicali nella storia, persistenza che troverebbe ragione nel ruolo creativo dei consumatori, di chi sceglie cosa ascoltare. Di per sé la faccenda appare autoevidente, nel senso che è chiaro che se un pezzo non se lo fila nessuno, quel pezzo è destinato a essere dimenticato da tutti o quantomeno dai più. Mi sono apparsi d’altra parte subito interessanti due aspetti della ricerca: a) l’attribuzione alle forze evolutive di un ruolo creativo nella generazione di un’opera musicale e b) il modo in cui evoluzione socio-culturale ed evoluzione biologica possano essere avvicinate sulla base di meccanismi comuni.

Gli autori infatti si fanno tre domande:

Is it possible to make music without a composer?

If so, which kind of music is made?

What limits the evolution of music?

L’esperimento cerca di separare i tre aspetti ‘sociali’ del fenomeno musicale: la presenza di un compositore, la presenza di ‘consumatori’ e la presenza di chi produce, promuove o favorisce la diffusione musicale. Hanno, allo scopo, creato Darwin Tunes, un software che, nelle parole degli autori, è così organizzato:

An algorithm maintains a population of tree-like digital genomes, each of which encodes a computer program. When a program is executed, a short, seamlessly looping polyphonic sound sequence, a loop, is produced deterministically. Each genome/program specifies note placement, instrumentation, and performance parameters; however, tempo, meter, and tuning system are fixed for all loops. No human-derived sounds, rhythms, or melodies are provided as input to the algorithm. During the experiments, loops periodically replicate to produce new loops. The daughter loops are not, however, identical to their parents for two reasons. First, in a process analogous to recombination, the genome of each daughter loop is formed from the random combination of its two parents’ genomes. Second, in a process analogous to mutation, each daughter also contains new, random genetic material. These two processes mimic the fusion of existing, and invention of novel musical motifs, rhythms, and harmonies that can be heard in musical evolution. The only selective pressure in DarwinTunes comes from a population of consumers who listen to samples of the loops via a Web interface and rate them for their appeal. These ratings are then the basis of a fitness function that determines which loops in a given generation will be allowed to mate and reproduce. We therefore expect that the frequency of musical traits will evolve under the influence of this selective process rather as trait frequencies in organisms do under the influence of natural selection.

Darwin Tunes elimina perciò dal sistema il compositore e dimostra che le scelte effettuate dal pubblico sono in grado di determinare un’evoluzione della musica verso strutture che assomigliano a quelle cui è abituata la popolazione che effettua le scelte all’interno della ricerca, popolazione selezionata tra i fruitori di musica pop occidentale. Ma esiste un limite a questa evoluzione: dopo circa 500-600 generazioni il sistema raggiunge un equilibro e non vi sono più significativi cambiamenti delle ‘opere’ prodotte dal software. O meglio, per usare il linguaggio degli autori, la fitness dei pezzi dalla generazione 600 in poi è più o meno equivalente. In altre parole: lo stesso campione di popolazione che con le proprie scelte ha determinato l’evoluzione del sistema giudica esteticamente equivalenti le composizioni dalla generazione 600 in poi: un vero e proprio cul-de-sac.

Le risposte che dà la ricerca, secondo gli autori, sono le seguenti: è possibile avere l’evoluzione di una cultura musicale a prescindere dalla presenza di creatività individuali; il tipo di musica generato dipende dalla cultura del campione di popolazione impiegato nella ricerca; esiste un limite all’incremento della fitness dei pezzi espressi nelle varie generazioni, tale che i giudizi estetici espressi sulle singole ‘opere’ si equivalgono dalla seicentesima generazione in poi.

A me la ricerca in questione solletica, però, ben altri spunti di riflessione.

1) La ‘public choice’ creativa dell’esperimento mi suggerisce piuttosto una sorta di assenza di creatività nella composizione musicale. Mi spiego meglio: così come in Darwin Tunes, là fuori molti compositori (specie nella musica di consumo, ma non solo!) si limitano ad attuare protocolli in grado di generare brani per raggiungere la fitness richiesta dalla popolazione di riferimento e dato che la creatività emergente dalla ‘public choice’ ha un limite, la cultura musicale emergente in un sistema di questo tipo è destinata a ritrovarsi in un cul-de-sac. Mi sembra che lo studio dell’Imperial College sia un ottimo modello di come stiano andando le cose nel pop di consumo ma anche all’interno di certe nicchie.

2) Ascoltando brani esemplificativi delle varie generazioni di Darwin Tunes, la mia preferenza è senza dubbio inversamente proporzionale allo scorrere delle generazioni: il brano che mi piace di più corrisponde alla generazione zero e dalla cinquecentesima generazione in poi i pezzi mi sembrano letteralmente inascoltabili.

3) L’evoluzione culturale, così come l’evoluzione biologica, non obbedisce a criteri estetici. Ci deve essere perciò qualcosa che abbiamo il dovere di indagare e che è in grado di produrre una sorta di interferenza distruttiva nel processo di sommatoria dei giudizi estetici verso un evento. Con la conseguenza che le espressioni culturali di massa (dalla musica, allo spettacolo, al pensiero in genere) in mancanza di valide e autorevoli mediazioni finisce per esibire un’imbarazzante aridità creativa se non si vuole parlare di bruttezza.



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