Archivio per maggio 2012

Il fascino discreto degli elementi

Il pensiero analitico si basa, nella scienza, sul cercare gli elementi scompo­nendo qualcosa nelle sue parti, finché non si arriva a trovare ciò che non è causa di qualcosa di più piccolo che ne costituisce un elemento.  Lo scienziato che vuole spiegare, per esempio, il colore cercando di delinearne le vere cause e la vera struttura elementare, considera che l’uomo, di fronte alle radiazioni elettromagnetiche comprese nelle lunghezze d’onda tra i 700 nanometri e i 420 na­nometri percepisce una sensazione che definisce luce. La luce è interpretata dai nostri organi di senso secondo qualità definite colore. È possibile perciò operare una riduzione eliminativisti­ca del colore alla sua fisicità, rappresentata dall’e­quazione tra velocità della radiazione elettromagnetica e rappor­to lunghezza d’onda/frequenza. La molteplicità dei colori, evi­denziata dai loro nomi, è la sintesi qualitativa, operata dalla co­scienza, di un lavoro di analisi quantitativa operato dai nostri fotorecettori e dalle mappe neurali preposte alla visione. Nel contesto della vi­sione l’elemento è rappresentato dal profilo di attivazione dei fotorecettori e, di conseguenza, dalla decodifica centrale del profilo stesso.

Se fossimo un oscilloscopio saremmo capaci di comunicare informazioni sulle radiazioni luminose nei termini di una forma d’onda o della funzione che in astratto la rappre­senta. La precisione quantitativa dell’uomo consiste nel­l’attribuire a ciascuna forma d’onda luminosa la qualità del colo­re che, se si vuole, è un tipo diverso di precisione, non quantita­tiva, rispetto a quella dell’oscilloscopio. L’ottica indaga il rap­porto che esiste tra la percezione propria dell’oscilloscopio e la percezione propria dell’uomo. Riduzioni eliminativistiche reciproche rappresentano in ultima analisi la boa dalla quale si affronta il problema della visione.

Ogni ricerca degli elementi è una ricerca di senso e implica una ricerca di qualcosa di più autentico di ciò che ci è già dato; deve essere la risposta alla domanda: «ho spiega­to perché le cose che vedo esistono in quel modo e perché non può esserci un loro esistere più autentico di quello che ho spie­gato»? Nel caso specifico: «ho spiegato perché i colori esistono nel modo che ci è familiare e perché quello è il loro modo più vero e autentico di esistere»? Se si volesse premettere il princi­pio dell’universo soggettivo e ideale, non avrebbe senso cercare il senso più autentico del colore nel darsi apparente delle cose, poiché il pensiero scientifico, con il suo metodo, offre spiega­zioni strumentali e non essenziali della realtà delle cose ed è solo un percorso di conoscenza giustificato dalla struttura socia­le della cultura che lo esprime: non esiste un metodo esclusivo e oggettivo per arrivare a una conoscenza universale e autentica. Viceversa chi premette il principio dell’universo materiale e og­gettivamente conoscibile, sostiene che è possibile indagare una realtà oggettiva, che esiste indipendentemente dal soggetto, at­traverso l’uso di criteri universali di indagine, ricerca e chiarifi­cazione, che consistono in un metodo di dimostrazione induttiva basato sulla falsificazione di congetture. In questi termini è una conoscenza autentica la conoscenza scientifica, data da tutto ciò che è dimostrato empiricamente e che in linea teorica rimane confutabile, ma valido fino a che non viene, appunto, confutato. Perciò: gli elementi per gli uni non sono gli elementi per gli altri. Entrambe le premesse accettano la coerenza dei due rispettivi mondi possibili ma impongono lo spostamento di un confine nell’uno e nell’altro. Ciò che è considerato autentico in seguito a una premessa non è autentico premettendo l’altra. In breve: in una prospettiva la scienza ha una sua coerenza ma non reca il senso autentico delle cose che sta tutto nell’esperienza soggettiva dell’essere, mentre per l’altra prospettiva le esperienze soggettive, con la loro coerenza relativa, rappresentano un ostacolo da rimuovere a un’effettiva comprensione della realtà esterna.

L’errore delle due posizioni, che pretendono di individuare un tipo di conoscenza universale e autentico, sta proprio nel pretendere la superiorità di un’esperienza nei confronti dell’altra e la possibilità di ridurre l’una nell’altra. Ma se la scienza, che esplora per mezzo delle percezioni e dei limiti che esse impongono, funziona ma non prova è vero anche che il relativismo ipersoggetivista è esso pure una forma di riduzionismo, che assomiglia maledettamente a quello scientifico.

 

Spropositi

Un ottimo libro pubblicato ormai qualche anno fa e che consiglio senz’altro di leggere a tutti gli umanisti, almeno come esercizio di disciplina professionale, è il saggio di Alan Sokal e Jean Bricmont Imposture intellettuali

Il libro trova origine nel cosiddetto affare Sokal. Sokal, professore di fisica alla New York University decise di sottoporre all’attenzione della rivista Social Text un suo articolo dal titolo ”Transgressing the Boundaries: Towards a Transformative Hermeneutics of Quantum Gravity” . L’articolo in realtà era stato redatto con l’intenzione di mischiare il linguaggio della scienza e quello della critica sociale in un magma senza senso allo scopo di verificare il rigore della rivista. Nel testo si trovano passi di questo tipo:

La teoria delle catastrofi, con le sue accentuazioni dialettiche su regolarità/discontinuità e metamorfosi/dispiegamento, giocherà senza dubbio un ruolo da protagonista nella matematica del futuro; ma resta da fare ancora molto lavoro teorico prima che questo approccio possa diventare uno strumento concreto di prassi politica progressista. Infine, la teoria del caos – che è in grado di farci penetrare in profondità nel fenomeno ubiquitario e pur tuttavia misterioso della non linearità – resterà di importanza centrale per tutta la matematica. Eppure, queste immagini della matematica futura non possono essere che un baluginìo confuso: giacché, in parallelo a questi tre giovani rami nell’albero della scienza, sorgeranno nuovi tronchi e nuovi rami – intere costruzioni teoriche – che noi, con i nostri paraocchi ideologici attuali, non possiamo neanche concepire.

Contemporaneamente all’uscita su Social Text, Sokal rivelò che l’articolo non era altro che una burla, un pasticcio nel quale venivano messi insieme senza alcun nesso concetti e  parole chiave del dibattito scientifico con concetti e parole chiave della critica politica, sociale e letteraria di ambito francese.

Il libro di Sokal e Bricmont riprende il dibattito scaturito dall’affare Sokal e si propone un’analisi approfondita del modo in cui autorevoli sociologi e filosofi usano parole e concetti della matematica e della scienza in modo superficiale e talvolta privo di senso. Lontana dall’essere un rigurgito scientista di esibizione di superiorità del pensiero scientifico rispetto a tutto il resto, l’operazione di Sokal e Bricmont è un tentativo lucido e accurato di individuare le debolezze di un accademismo umanista di maniera. Personalità autorevoli come Lacan, Kristeva, Irigaray, Latour, Baudrillard, Deleuze, Guattari, Virilio, se da una parte hanno cercato di fare il loro lavoro di umanisti alla ricerca di connessioni, omologie e analogie, anche tra cose lontane, aprendo e facendo parlare le parole e le cose, dall’altra non sono mai riusciti a comprendere la complementarità di base tra i due diversi modi di pensare che stanno alla base dell’esperienza scientifica e dell’esperienza astratta.

La matematica della forma

La matematica della morfogenesi di René Thom cerca di leggere il caos, di costringerlo entro modelli matematici. Il caos non è dentro i metodi o l’immaginario della scienza ma tutto dentro la realtà che svela di sé aspetti più complessi col passare del tempo e delle capacità di analisi della scienza stessa. Il fatto che nella teoria delle catastrofi i modelli siano qualitati­vi e se la vedano con paesaggi caotici e con descrittori basati sul concetto di analogia, non toglie nulla al carattere logicizzan­te e chiarificatore dei modelli matematici della morfogenesi. Piuttosto, Thom sottolinea come sia necessario intendersi sugli scopi della scienza. Per lui la scienza gioca la sua partita tra due poli alle estremità di un continuum: «uno è il polo in cui lo scopo fondamentale della scienza è la com­prensione del reale. L’altro riguarda l’azione: da questo punto di vista lo scopo della scienza sarebbe di agire efficacemente sulla realtà» [René Thom, Modelli matematici della morfogenesi, trad. it. di Silvia Costanti­ni, Pier Daniele Napoletani e Roberto Pignoni, Torino, Einaudi, 1985, pag. 135]. Thom sostiene che questi due poli non implicano che «per agire efficacemente, occorre comprendere», anzi, le metodolo­gie scientifiche differiscono a seconda che sia perseguito uno scopo o l’altro: «l’intelligibilità», afferma Thom, «esige a sua volta la riduzione di un problema globale a situazioni locali tipi­che il cui carattere pregnante le renda immediatamente com­prensibili». In breve: comprendere è locale, agire (prevedere) è globale. Ma i meccanismi estensivi sono strumenti matema­tici («metodi di propagazione»)  [Ibidempag. 126] che permettono il pas­saggio da una conoscenza locale su un dominio a una co­noscenza su un dominio più grande. In breve: l’esperienza scientifica del vecchio universo non ha caratteri distinti rispetto all’esperienza scientifica del nuovo universo. La scienza, pure nell’essere globale e nel cercare un’unità, si avvale di modelli che, finanche fossero qualitativi e operando sul globale, in modo non analitico, sono modelli chiarificatori e di sistematizzazione asimmetrica (nel senso di Matte Blanco). Si tratta di un ampliamento dei limiti della scienza e di un cammino parallelo attraverso la condivisione dell’esplorazione della forma da parte di esperienza scientifica e di esperienza estetica:

«Molto spesso la geometrizzazione favorisce una visione globale che la frammentazione intrinseca alla concettualizzazione verbale rende spesso difficile afferrare. E poi le analogie possono essere più o meno banali, più o meno sorprendenti: come si potrebbe spiegare l’effetto veramente folgorante che si nota in certe metafore poetiche se tutte le analogie fossero evidenti? È questo il motivo per cui i modelli quali­tativi possono essere apprezzati e giudicati solo da un punto di vista soggettivo. In defi­nitiva il criterio ultimo di validità di un modello consiste nella soddisfazione intellettua­le che fornisce. Questo ritorno a una valutazione di carattere stilistico, quasi letterario o estetico sarà senza dubbio giudicato severamente dagli scienziati “ortodossi”. Non man­cheranno di dire che questi modelli “non sono scienza”. E, dal loro punto di vista, hanno certamente ragione… Ma bisognerebbe essere molto presuntuosi per credere che esista una frontiera strettamente e chiaramente delimitata fra ciò che è “scienza” e ciò che non lo è. Il tentativo globale di geometrizzare il pensiero presenta pur tuttavia un im­menso interesse teorico: ed ecco perché. In molte discipline scientifiche si utilizzano concetti il cui significato non è ben chiaro e non può essere formalizzato. In biologia si incontrano ad esempio concetti come ordine, disordine, complessità, organizzazione, informazione (genetica), messag­gio, codice, ecc., ciascuno dei quali specifica una certa proprietà non-locale dell’am­biente studiato. Ci si può chiedere se questi concetti, come molti della filosofia, possono essere tradotti univocamente in tutte le lingue del mondo, se portino legittimamente l’e­tichetta di “concetti scientifici”. Verrà ben presto il momento in cui si rivelerà necessaria una critica sistematica di questi strumenti concettuali. Se si vorrà perseguire nei loro confronti, anche su scala ridotta, una specie di programma hilbertiano di eliminazione del senso, allora la tappa della geometrizzazione per mezzo della TC [teoria delle cata­strofi, n.d.r.] potrà rivelarsi un prezioso intermediario: l’intuizione semantica, con la sua natura immediata e soggettiva potrebbe essere rimpiazzata dall’intuizione geometri­ca, che spazializza il suo oggetto e lo stacca dal soggetto pensante». [René Thom, Modelli matematici della morfogenesi, trad. it. di Silvia Costanti­ni, Pier Daniele Napoletani e Roberto Pignoni, Torino, Einaudi, 1985, pag. 135]

Ma l’esperienza estetica si avvale di termini come catastrofe, caos, ordine, forma, procedendo in senso inverso alla matematica: fugge dalla modellizzazione. La riorganizzazione di un linguaggio dopo una catastrofe si può avvalere (è il caso di Varèse) di metafore scientifiche e matematiche e di un linguaggio che quelle metafore impone, ma è nel metodo col quale sono costruite una nuova forma e un nuovo mezzo espressivo che sta l’esperienza estetica. Metodo che mette in crisi la chiarezza e la pulizia logica. Per questo quella di Thom, al contrario di quello che pensano molti suoi detrattori, è vera matematica. In fondo la medaglia Field l’ha meritata.

Nebbie

Calvin-writing

Ecco: un modo per calare un’impenetrabile cortina nebbiosa tra le cose è proprio quello di parlare dell’esperienza estetica con il linguaggio e i metodi della scienza e dell’esperienza scientifica con il linguaggio e i metodi dell’arte.

Non facciamoci prendere dal panico (2)

Ci sono almeno tre tipologie di rigore a cui qualsiasi compositore può approdare: 1) il rigore dell’osservanza delle regole dentro il sistema musicale utilizzato, con le sue leggi armoniche, la sua grammatica e la sua retorica; 2) il rigore dell’iterazione di cellule melodiche o ritmiche e della semplicità; 3) il rigore cercato nell’extramusicale (ad esempio nella matematica e nella fisica), attraverso il quale si vuole sfuggire a un sistema musicale storicizzato.

In tutti e tre i casi il comporre è un comporre razionale, ma la musica che si sedimenta può essere profondamente diversa e, in qualche altro senso, più o meno lontana dall’idea di una musica razionale. Quando si parla di razionalismo si è soliti contrapporgli il romanticismo e si pensa a una qualche forma di classicismo. Il classicismo – che ha a che fare col primo tipo di rigore che implica la stretta osservanza delle regole del sistema utilizzato – sia in musica sia in architettura è considerato come fortemente influenzato dall’idea di simmetria e di ordine formale (il rispetto delle regole strutturali del sistema). Varèse e Xenakis hanno invece a che fare col terzo tipo di rigore sia quando esplorano la fisicità del suono organizzato in masse sonore, sia quando utilizzano idee matematiche per lavorare su quelle masse, sui parametri sonori o sui singoli suoni. Il secondo tipo di rigore è ben esemplificato dall’utilizzo dell’omoritmia, intesa come scrittura di un suono o di un accordo per ciascuna unità di movimento o di suddivisione. L’uso dell’omoritmia rimanda a una ricerca di ordine geometrico e appare capace di suggerire l’immagine di confini ben solcati che si succedono esibendo l’alternanza di suono e si­lenzio.

Brani interamente omoritmici sono rarissimi sia in epoca pre-tonale (ad eccezione ovviamente della tradizione medievale del discanto nota contro nota), sia in epoca tonale e post-tonale. Tra le più significative composizioni omoritmiche vi sono la Prière des orgues e il Commune qui mundi nefas dalla Messe des pauvres di Erik Satie (che fin dalle opere precedenti il 1891 lavora alla ricerca di un mezzo espressivo musicale guardando alla letteratura e alla pittura piuttosto che alla musica). Il rigore ritmico è in questo caso un ordine che si vede, un’immagine di­pinta sulla partitura per negare il fluire del discorso musicale asimmetrico (in senso lato) nel quale il prima è la causa del dopo. Satie si avventura in un’operazione che è possibile defini­re come una tortura ai modi wagneriani di torturare il mezzo espressivo tonale. Gli accordi non si articolano in una concate­nazione strutturata ma si succedono in modo da esibirsi essi stessi come mezzo espressivo. Si potrebbero definire clusters (sebbene siano di per sé accordi di armonia tonale) o apparizioni, poiché sono costretti dalla simmetria ritmica e dalla libertà da vincoli armonici strutturali a essere pensati da soli.

 

Sine Science

La scienza, a detta di Bateson, dà un «senso» a un mondo, quello delle nostre percezioni, che però operano soltanto sulle differenze. Laddove le differenze sono inapprezzabili e i confini sfumati, la scienza non può andare perché non c’è modo di alimentare la percezione.

Quindi ciò che noi, scienziati, possiamo percepire è sempre limitato da una soglia: ciò che è subliminale non giunge ad arricchire le nostre cognizioni. In qualsiasi istante, la nostra coscienza è sempre funzione della soglia dei mezzi di percezione di cui disponiamo. L’invenzione del microscopio, del telescopio, degli strumenti per misurare il tempo fino a una frazione di nanosecondo e per pesare quantità di materia fino a un milionesimo di grammo, tutti questi raffinatissimi dispositivi di percezione svelano quel che era del tutto imprevedibile ai livelli di percezione raggiungibili in precedenza. [Gregory Bateson, Mente e Natura, trad. it. di Giuseppe Longo, Milano, Adelphi, 1984, pagine 46-47]

La scienza perciò si misura col limite, con una soglia che rileva differenze. È un tipo di percezione in qualche modo opposta e complementare al tipo di percezione che conduce all’esperienza estetica. Nell’esperienza estetica, infatti, le differenze, e i confini da loro recati, hanno un valore simbolico che rimanda altrove e spesso sono convocate per essere negate; nell’esperienza scientifica i limiti stanno per i limiti e sottostanno a un apparato percettivo che misura, ma che nel misurare è spesso incapace di prevedere, nel senso che è incapace di descrivere il senso delle cose:

Non solo non possiamo far previsioni sul momento successivo nel tempo, ma, più radicalmente, non possiamo far previsioni relative allo stadio successivo della dimensione macroscopica, della distanza astronomica o del passato geologico. La scienza, come metodo di percezione – perché essa non può pretendere di essere altro che questo –, così come ogni altro metodo di percezione, ha una capacità limitata di raccogliere i segni esteriori e visibili di ciò che può essere verità. La scienza non prova, esplora. [Gregory Bateson, Mente e Natura, trad. it. di Giuseppe Longo, Milano, Adelphi, 1984, pag. 47]

Accettare soglie, limiti e confini implica l’esplorazione ma, per Bateson, non può mai disvelare. Il brivido dell’esperienza estetica sta invece proprio nel fare esperienza di un «senso», nel trattare con noncuranza ogni confine che le nostre percezioni ci permettono di esplorare. Nell’esperienza estetica è implicita la negazione dell’autenticità del mondo delle differenze e dei confini oltre la propria giurisdizione, il che non significa, ovviamente, negazione del valore fondamentale dell’esperienza scientifica, che sta altrove.

Non facciamoci prendere dal panico

Più che le risposte errate sono le domande sbagliate che mi mettono in imbarazzo. Di rado mi capita di leggere domande davvero efficaci e sono pochi coloro che riescono, come Calvin, a fare la domanda giusta, quella in grado di costringere il cretino a rispondere con sicurezza.

In questi giorni sto molto riflettendo sul valore del saggio Il bello musicale di Hanslick. Ecco la domanda, tra le altre, che si fece Hanslick: la musica è un linguaggio puro, privo di rimandi a qualcosa di extramusicale? La faccenda non ammette replica e non infonde la minima convinzione. Non ci scriverei mai un libro sopra. Se avessi Hanslick davanti lo guarderei come si guarda un barattolo di piselli sullo scaffale del supermercato e aggrotterei le sopracciglia inclinando leggermente la testa.

Domande come queste, di cui la storia è piena, dimostrano che lo stronzo che per primo ha avuto l’idea di inventare il genere televisivo del talk show andava sul sicuro. Il successo delle domande sbagliate è inevitabile. Anzi: più sono sbagliate e più probabilità hanno di diventare immortali.

Creare e disfare confini

Il fascino della creazione e della dissoluzione continua di limiti e confini: sta tutto qui il gioco dialettico tra il linguaggio della scienza e quello dell’arte.




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